Antefatto

Il mio nome è Aggart, ma gli amici mi chiamano Agi. Mio padre era Rupert, detto “Maglio d’Acciaio” ed era uno dei migliori Maestri Armaioli del Regno del Nord, ma lui diceva sempre di essere solo un bravo fabbro, ed era bravo davvero, mio padre. “Vedi figliolo” mi diceva, quando non ero più alto del sorbo che mia madre aveva piantato dietro casa alla mia nascita, “se sei sempre cosciente di quello che sei e soprattutto di quello che non sei, nessun vanto potrà alimentare in te arroganza e superbia così come nessuna malignità potrà ferire il tuo animo.” “Sii sempre ciò che sei” mi diceva sempre, e quando gli domandavo “Padre, ma chi sono io?”, rispondeva “Chi sei dovrai scoprirlo da solo. Io posso solo dirti chi non sarai: non sarai i titoli che porterai o che ti verranno assegnati, non sarai ciò che gli altri vogliono o pretendono che tu sia, non sarai ciò che tu desidererai di essere ma che non sei.” Solo in seguito compresi le sue parole e quanta saggezza ci fosse in esse.

Come ho già detto, mio padre era molto apprezzato nel suo mestiere, e di titoli e onori ne aveva ricevuti tanti, più di qualsiasi altro uomo che non fosse nato di nobile lignaggio. Le sue mani erano allo stesso tempo forti e delicate, il suo tocco leggero e deciso. In quelle mani il metallo rovente cantava e danzava, fino a prendere la forma voluta. Persino il martello era uno strumento musicale, che traeva dal metallo suoni cristallini e toni cupi, quasi non fosse solo di forgia il suono, ma una vera e propria sinfonia di alti e bassi, di pause e note che spesso rimaneva nell’aria anche dopo il cessare dei colpi, quando la lama sfrigolava nella tempra e la brillante rossa luminosità dell’acciaio si spegneva nell’oscurità di un lavoro finito.

Non c’era arma, scudo o armatura che mio padre non sapesse forgiare. Le sue opere erano stupendamente semplici, senza quei fronzoli e quegli abbellimenti che piacciono tanto ai damerini di corte o che si vedono sfilare nelle parate. Erano strumenti, pensati solo ed esclusivamente per l’utilizzo per il quale erano stati disegnati. Potevano essere coltelli da caccia, spiedi per la Festa della Lunga Notte, oppure armi per combattere. Ognuno aveva un suo scopo e quello e solo quello contava. Le asce di mio padre potevano tagliare in due un’armatura come un pezzo di lardo viene tagliato dal coltello, le sue accette e coltelli da lancio potevano colpire un uomo a trenta passi dopo aver fatto sempre lo stesso numero di giri, le sue spade… ah, le sue spade!

Le spade erano la specialità di Rupert Maglio d’Acciaio, quella per cui era diventato giustamente famoso in tutti e quattro i Regni e anche oltre. Erano semplicemente perfette, assolutamente bilanciate. Quando le si impugnava sembrava avessero una vita propria: sembrava quasi che cercassero con avidità il corpo dell’avversario, che avessero una propria volontà. Daghe, spade a una o due mani, sciabole, strisce, bastarde, persino scimitarre. Da giovane mio padre aveva viaggiato molto, aveva lavorato come fabbro su diverse navi e aveva appreso molti modi di lavorare il metallo. Sapeva fabbricare spade dalla forma inconsueta, che nessuno aveva mai visto a nord delle Mura. Ognuna era un pezzo unico. Non gli ho mai visto fabbricare due volte la stessa spada.

Ogni spada aveva un nome ed era mio padre a darglielo. Spesso gli ho chiesto come scegliesse i nomi da dare alle spade ma lui mi rispondeva sempre “Non sono io a darglieli, sono le stesse spade che mi dicono il loro nome.” Nessuno osava cambiare il nome alle spade che aveva fabbricato mio padre. Una volta un tizio venuto dal lontano ovest, da una terra chiamata Lomezia, lo aveva fatto, aveva cambiato il nome della spada che gli aveva commissionato. Mac na fala, si chiamava, che nell’Antica Lingua significa “Figlia del Sangue”. Qualche tempo dopo ci fu una feroce battaglia nella Piana del Taro fra la milizia del Duca di Passo Breve e quella del Duca di Spiga Dorata. Alla fine della battaglia trovarono il tizio in questione, che era stato assoldato nella Milizia della Spiga, infilzato sulla sua stessa spada. Nessuno seppe dire come fosse potuto accadere, dato che nessuno di quelli sopravvissuti si ricordava di aver combattuto con lui e tanto meno di averlo ucciso con la sua stessa lama, ma da allora nessuno si azzardò più a cambiare il nome a una delle spade di mio padre.

Ma mio padre non era solo un fabbro: era uno studioso. Sapeva parlare decine di lingue, leggere e scrivere anche nell’Antica Lingua, disegnare con una precisione e un’abilità che lasciava stupito persino il Pittore di Corte. La sua biblioteca era seconda solo a quella del Mago di Corte di Loth e faceva a gara con quella per la preziosità e l’antichità di alcuni testi.

Sono passati molti soli e molte lune da allora. È strano: ho iniziato a scrivere queste pagine per raccontare la mia storia, perché non vada perduta ora che si avvicina l’ora dell’Ultima Avventura che mi porterà oltre le rive del Fiume Nero, verso la Terra Senza Ritorno, e finora non ho fatto altro che parlare di mio padre. Solo adesso mi rendo conto di quanto mi sia mancato e quanta parte abbiano avuto nella mia vita i suoi insegnamenti. È veramente strano, perché in effetti la mia storia inizia proprio quando finì la sua, in quella tremenda notte nella quale la Morte calò dai Denti del Lupo e spazzò, con tutti coloro che amavo, anche la mia innocenza.

Antefatto

Il mio nome è Aggart, ma gli amici mi chiamano Agi. Mio padre era Rupert, detto “Maglio d’Acciaio” ed era uno dei migliori Maestri Armaioli del Regno del Nord, ma lui diceva sempre di essere solo un bravo fabbro, ed era bravo davvero, mio padre. “Vedi figliolo” mi diceva, quando non ero più alto del sorbo che mia madre aveva piantato dietro casa alla mia nascita, “se sei sempre cosciente di quello che sei e soprattutto di quello che non sei, nessun vanto potrà alimentare in te arroganza e superbia così come nessuna malignità potrà ferire il tuo animo.” “Sii sempre ciò che sei” mi diceva sempre, e quando gli domandavo “Padre, ma chi sono io?”, rispondeva “Chi sei dovrai scoprirlo da solo. Io posso solo dirti chi non sarai: non sarai i titoli che porterai o che ti verranno assegnati, non sarai ciò che gli altri vogliono o pretendono che tu sia, non sarai ciò che tu desidererai di essere ma che non sei.” Solo in seguito compresi le sue parole e quanta saggezza ci fosse in esse.

Come ho già detto, mio padre era molto apprezzato nel suo mestiere, e di titoli e onori ne aveva ricevuti tanti, più di qualsiasi altro uomo che non fosse nato di nobile lignaggio. Le sue mani erano allo stesso tempo forti e delicate, il suo tocco leggero e deciso. In quelle mani il metallo rovente cantava e danzava, fino a prendere la forma voluta. Persino il martello era uno strumento musicale, che traeva dal metallo suoni cristallini e toni cupi, quasi non fosse solo di forgia il suono, ma una vera e propria sinfonia di alti e bassi, di pause e note che spesso rimaneva nell’aria anche dopo il cessare dei colpi, quando la lama sfrigolava nella tempra e la brillante rossa luminosità dell’acciaio si spegneva nell’oscurità di un lavoro finito.

Non c’era arma, scudo o armatura che mio padre non sapesse forgiare. Le sue opere erano stupendamente semplici, senza quei fronzoli e quegli abbellimenti che piacciono tanto ai damerini di corte o che si vedono sfilare nelle parate. Erano strumenti, pensati solo ed esclusivamente per l’utilizzo per il quale erano stati disegnati. Potevano essere coltelli da caccia, spiedi per la Festa della Lunga Notte, oppure armi per combattere. Ognuno aveva un suo scopo e quello e solo quello contava. Le asce di mio padre potevano tagliare in due un’armatura come un pezzo di lardo viene tagliato dal coltello, le sue accette e coltelli da lancio potevano colpire un uomo a trenta passi dopo aver fatto sempre lo stesso numero di giri, le sue spade… ah, le sue spade!

Le spade erano la specialità di Rupert Maglio d’Acciaio, quella per cui era diventato giustamente famoso in tutti e quattro i Regni e anche oltre. Erano semplicemente perfette, assolutamente bilanciate. Quando le si impugnava sembrava avessero una vita propria: sembrava quasi che cercassero con avidità il corpo dell’avversario, che avessero una propria volontà. Daghe, spade a una o due mani, sciabole, strisce, bastarde, persino scimitarre. Da giovane mio padre aveva viaggiato molto, aveva lavorato come fabbro su diverse navi e aveva appreso molti modi di lavorare il metallo. Sapeva fabbricare spade dalla forma inconsueta, che nessuno aveva mai visto a nord delle Mura. Ognuna era un pezzo unico. Non gli ho mai visto fabbricare due volte la stessa spada.

Ogni spada aveva un nome ed era mio padre a darglielo. Spesso gli ho chiesto come scegliesse i nomi da dare alle spade ma lui mi rispondeva sempre “Non sono io a darglieli, sono le stesse spade che mi dicono il loro nome.” Nessuno osava cambiare il nome alle spade che aveva fabbricato mio padre. Una volta un tizio venuto dal lontano ovest, da una terra chiamata Lomezia, lo aveva fatto, aveva cambiato il nome della spada che gli aveva commissionato. Mac na fala, si chiamava, che nell’Antica Lingua significa “Figlia del Sangue”. Qualche tempo dopo ci fu una feroce battaglia nella Piana del Taro fra la milizia del Duca di Passo Breve e quella del Duca di Spiga Dorata. Alla fine della battaglia trovarono il tizio in questione, che era stato assoldato nella Milizia della Spiga, infilzato sulla sua stessa spada. Nessuno seppe dire come fosse potuto accadere, dato che nessuno di quelli sopravvissuti si ricordava di aver combattuto con lui e tanto meno di averlo ucciso con la sua stessa lama, ma da allora nessuno si azzardò più a cambiare il nome a una delle spade di mio padre.

Ma mio padre non era solo un fabbro: era uno studioso. Sapeva parlare decine di lingue, leggere e scrivere anche nell’Antica Lingua, disegnare con una precisione e un’abilità che lasciava stupito persino il Pittore di Corte. La sua biblioteca era seconda solo a quella del Mago di Corte di Loth e faceva a gara con quella per la preziosità e l’antichità di alcuni testi.

Sono passati molti soli e molte lune da allora. È strano: ho iniziato a scrivere queste pagine per raccontare la mia storia, perché non vada perduta ora che si avvicina l’ora dell’Ultima Avventura che mi porterà oltre le rive del Fiume Nero, verso la Terra Senza Ritorno, e finora non ho fatto altro che parlare di mio padre. Solo adesso mi rendo conto di quanto mi sia mancato e quanta parte abbiano avuto nella mia vita i suoi insegnamenti. È veramente strano, perché in effetti la mia storia inizia proprio quando finì la sua, in quella tremenda notte nella quale la Morte calò dai Denti del Lupo e spazzò, con tutti coloro che amavo, anche la mia innocenza.

Antefatto del Volume I

Antefatto

Il mio nome è Aggart, ma gli amici mi chiamano Agi. Mio padre era Rupert, detto “Maglio d’Acciaio” ed era uno dei migliori Maestri Armaioli del Regno del Nord, ma lui diceva sempre di essere solo un bravo fabbro, ed era bravo davvero, mio padre. “Vedi figliolo” mi diceva, quando non ero più alto del sorbo che mia madre aveva piantato dietro casa alla mia nascita, “se sei sempre cosciente di quello che sei e soprattutto di quello che non sei, nessun vanto potrà alimentare in te arroganza e superbia così come nessuna malignità potrà ferire il tuo animo.” “Sii sempre ciò che sei” mi diceva sempre, e quando gli domandavo “Padre, ma chi sono io?”, rispondeva “Chi sei dovrai scoprirlo da solo. Io posso solo dirti chi non sarai: non sarai i titoli che porterai o che ti verranno assegnati, non sarai ciò che gli altri vogliono o pretendono che tu sia, non sarai ciò che tu desidererai di essere ma che non sei.” Solo in seguito compresi le sue parole e quanta saggezza ci fosse in esse.

Come ho già detto, mio padre era molto apprezzato nel suo mestiere, e di titoli e onori ne aveva ricevuti tanti, più di qualsiasi altro uomo che non fosse nato di nobile lignaggio. Le sue mani erano allo stesso tempo forti e delicate, il suo tocco leggero e deciso. In quelle mani il metallo rovente cantava e danzava, fino a prendere la forma voluta. Persino il martello era uno strumento musicale, che traeva dal metallo suoni cristallini e toni cupi, quasi non fosse solo di forgia il suono, ma una vera e propria sinfonia di alti e bassi, di pause e note che spesso rimaneva nell’aria anche dopo il cessare dei colpi, quando la lama sfrigolava nella tempra e la brillante rossa luminosità dell’acciaio si spegneva nell’oscurità di un lavoro finito.

Non c’era arma, scudo o armatura che mio padre non sapesse forgiare. Le sue opere erano stupendamente semplici, senza quei fronzoli e quegli abbellimenti che piacciono tanto ai damerini di corte o che si vedono sfilare nelle parate. Erano strumenti, pensati solo ed esclusivamente per l’utilizzo per il quale erano stati disegnati. Potevano essere coltelli da caccia, spiedi per la Festa della Lunga Notte, oppure armi per combattere. Ognuno aveva un suo scopo e quello e solo quello contava. Le asce di mio padre potevano tagliare in due un’armatura come un pezzo di lardo viene tagliato dal coltello, le sue accette e coltelli da lancio potevano colpire un uomo a trenta passi dopo aver fatto sempre lo stesso numero di giri, le sue spade… ah, le sue spade!

Le spade erano la specialità di Rupert Maglio d’Acciaio, quella per cui era diventato giustamente famoso in tutti e quattro i Regni e anche oltre. Erano semplicemente perfette, assolutamente bilanciate. Quando le si impugnava sembrava avessero una vita propria: sembrava quasi che cercassero con avidità il corpo dell’avversario, che avessero una propria volontà. Daghe, spade a una o due mani, sciabole, strisce, bastarde, persino scimitarre. Da giovane mio padre aveva viaggiato molto, aveva lavorato come fabbro su diverse navi e aveva appreso molti modi di lavorare il metallo. Sapeva fabbricare spade dalla forma inconsueta, che nessuno aveva mai visto a nord delle Mura. Ognuna era un pezzo unico. Non gli ho mai visto fabbricare due volte la stessa spada.

Ogni spada aveva un nome ed era mio padre a darglielo. Spesso gli ho chiesto come scegliesse i nomi da dare alle spade ma lui mi rispondeva sempre “Non sono io a darglieli, sono le stesse spade che mi dicono il loro nome.” Nessuno osava cambiare il nome alle spade che aveva fabbricato mio padre. Una volta un tizio venuto dal lontano ovest, da una terra chiamata Lomezia, lo aveva fatto, aveva cambiato il nome della spada che gli aveva commissionato. Mac na fala, si chiamava, che nell’Antica Lingua significa “Figlia del Sangue”. Qualche tempo dopo ci fu una feroce battaglia nella Piana del Taro fra la milizia del Duca di Passo Breve e quella del Duca di Spiga Dorata. Alla fine della battaglia trovarono il tizio in questione, che era stato assoldato nella Milizia della Spiga, infilzato sulla sua stessa spada. Nessuno seppe dire come fosse potuto accadere, dato che nessuno di quelli sopravvissuti si ricordava di aver combattuto con lui e tanto meno di averlo ucciso con la sua stessa lama, ma da allora nessuno si azzardò più a cambiare il nome a una delle spade di mio padre.

Ma mio padre non era solo un fabbro: era uno studioso. Sapeva parlare decine di lingue, leggere e scrivere anche nell’Antica Lingua, disegnare con una precisione e un’abilità che lasciava stupito persino il Pittore di Corte. La sua biblioteca era seconda solo a quella del Mago di Corte di Loth e faceva a gara con quella per la preziosità e l’antichità di alcuni testi.

Sono passati molti soli e molte lune da allora. È strano: ho iniziato a scrivere queste pagine per raccontare la mia storia, perché non vada perduta ora che si avvicina l’ora dell’Ultima Avventura che mi porterà oltre le rive del Fiume Nero, verso la Terra Senza Ritorno, e finora non ho fatto altro che parlare di mio padre. Solo adesso mi rendo conto di quanto mi sia mancato e quanta parte abbiano avuto nella mia vita i suoi insegnamenti. È veramente strano, perché in effetti la mia storia inizia proprio quando finì la sua, in quella tremenda notte nella quale la Morte calò dai Denti del Lupo e spazzò, con tutti coloro che amavo, anche la mia innocenza.

Questo sito utilizza solo cookie di tipo tecnico per il suo funzionamento e non memorizza dati personali di alcun genere.